testo di Marco Tomasini
Dialogo con Mirta De Simoni Lasta

Trento, maggio 2008

 

Intervista
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Cosa l’ha spinta ad intraprendere il percorso dell’arte?

Ritengo che l’opera d’arte appartenga alla sfera spirituale dell’uomo in quanto riesce ad esprimere un pensiero concettuale; quindi l’arte ha il potere di comunicare più di quanto si possa dire a parole. Da bambina mi cucivo le bambole, andavo sul greto del ruscello per plasmare delle forme con la creta che poi facevo essiccare al sole; naturalmente duravano poco… Ho inseguito l’arte finché non è diventata una esigenza urgente… La mia formazione, fuori scuola e fuori corrente mi ha portata a conoscere, osservare e sperimentare.

Conosce Luigi Serravalli nel 1990. Perché questo incontro è stato definito come una svolta nel suo percorso?

Il compianto Luigi Serravalli, “il professore filosofo”, fu per me prezioso maestro e guida nell’approfondimento stilistico e tematico della mia ricerca artistica. In una delle sue visite al mio studio, durante le quali si discorreva di pittura, di cinema, di filosofia e di viaggi, mi disse: “tu dovresti viaggiare, vedere, conoscere…”. Mi suggerì quindi di leggere “Le vie dei canti” di Bruce Chatwin.

Che impulsi le ha dato questo libro?

Il libro mi entusiasmò: è a metà tra romanzo, saggio e diario di viaggio e narra il periodo che lo scrittore ha trascorso in Australia ad analizzare la tradizione aborigena dei canti rituali. Canti che per gli aborigeni rappresentano i miti della creazione e al tempo stesso le linee geografiche che attraversano l’intero continente. Il nomadismo è quindi condizione fondamentale nell’origine dell’umanità. Chatwin parte dal presupposto: “Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?” Infatti scrive che “non c’è felicità per l’uomo che non viaggia. Vivendo nella società umana, anche il migliore degli uomini diventa peccatore.” In seguito il mito del viaggio è entrato nella mia ricerca artistica diventandone il nucleo profondo. Lo sguardo dell’artista deve essere quello di un viaggiatore nei paesaggi del mondo; è un anima nomade. In questo senso, i miei lavori sono appunti di viaggio, la traccia che diventa opera-oggetto, forma e armonia.

Con questa mostra sembra che lei senta la necessità di fare il punto sul suo percorso artistico. Pare che si guardi molto indietro, elemento sottolineato dal fatto che espone in terra natia. Guardare indietro per avere un’ottica diversa nel considerare il presente…

Il mio percorso artistico ha prodotto un cambiamento e la conquista di un “io” migliore. Lungo gli anni sono transitati con me persone, affetti, emozioni e paesaggi di quell’inizio. Questa mostra mi dà l’occasione di dare uno sguardo ad un circoscritto e iniziale angolo di mondo e di tempo. Sono lavori che appartengono al mio passato, ma che, nel riportarli in quei luoghi dove idealmente sono nati, si attualizzano nel presente caricandosi di intensa nostalgia per un mondo puro e innocente che non c’è più.

È la donna la grande protagonista dei suoi lavori: per quale motivo?

Nella mia storia ha avuto un ruolo predominante la figura femminile: la mamma, la nonna. Piacevoli ricordi del mio passato che rispondono al tema della mostra, ma che esponendoli nel presente, ci parlano del ruolo della donna. Infatti, è altresì vero che come in passato anche nella società attuale la donna ha condizioni di vita più difficili. E’ caricata e soffocata da ruoli e convenzioni. In altre culture è addirittura annullata e non riconosciuta nella sua identità. Le mie figure femminili, riprese con tratti veloci, emergono esistenzialmente, a volte come idoli che tendono alla trascendenza e al perfetto comunicare con l’umanità e a volte come esseri alla ricerca della propria identità tra le caotiche situazioni della vita dove si intrecciano luce e tenebra.

Il rosso, il giallo, il blu predominano nei suoi lavori: ognuno rispecchia un suo stato d’animo od ognuno rispecchia influenze esterne?

Uso i colori primari perché rispondono alle mie emozioni. Amo questi colori anche per la loro carica di significati simbolici e storici. Il rosso mi riporta ai miei viaggi e quindi agli affreschi di Pompei e alle lacche dei templi cinesi. “Rosso scarlatto” è il titolo di questa mostra; ho quindi caricato il rosso di significati simbolici (nascita, amore, morte, nostalgia). Amo il blu perché rispecchia le profondità marine, allo stesso tempo il silenzio della notte e il potere dell’inconscio, serbatoio inesauribile di sensazioni e pulsioni. Il giallo è per me il colore del sole e della divinità; e se acquista la tonalità ocra rispecchia la terra, il deserto come “infinito” luogo limite.

Lei ha viaggiato molto. Quali sono i paesi che l’hanno più colpita e perché. E come li ha trasmessi nella sua arte?

Prediligo i luoghi del mondo in cui predominano le mescolanze di popoli e di religioni. Credo che queste “contaminazioni” siano importanti perché creano le condizioni per una convivenza più umana e più equa. Ciò che mi ha colpito nel viaggio a Singapore è il contrasto fra la ricchezza e la povertà, fra il potere economico e la debolezza dell’uomo che appartiene a una “casta inferiore”. E’ stato un impatto molto forte. La natura da quelle parti è esplosiva, lussureggiante e assieme alla luce prorompente di quei luoghi entrambe sono state fonti per una grande emozione personale. Anche New York è una metropoli e un mondo totalmente diverso dalla nostra Europa: tutto è grande, tutto sembra possibile sia nel bene che nel male. Anche qui le differenze fra ricchezza e povertà, fra colore della pelle e tratti somatici diversi segnano in qualche modo “l’appartenenza”.

Il tema della casa ricorre nei suoi lavori, alternandosi tra certezza del passato (la serie delle “Case”) e incertezza del presente (la serie Ziggurat) Perché? Lo Ziggurat è un’evoluzione di questa casa?

Il passato è come uno specchio: ti ci puoi specchiare, ma hai già davanti il presente e il futuro. Il presente non può essere “la casa” in quanto è una realtà molto fluida, discontinua e frammentata. L’uomo è in cerca di uno spazio in cui comunicare e in cui ritrovarsi al di là di ogni divisione di razza o religione. La serie “Ziggurat” che vede come soggetti delle tende, risponde meglio a questa realtà, perché la tenda è sì abitazione, ma estremamente fragile ed esposta alle barbarie della nostra attuale società. Mentre la serie delle “Case” rispecchia il focolare domestico, la sicurezza e protezione che l’infanzia ti dà.

Come vede l’arte contemporanea, così variegata di mezzi?

Si può scrivere una bella poesia con la matita, la penna, con la macchina per scrivere o con il computer, ma non sono questi strumenti a determinare la qualità delle opere. Sono anche convinta che in arte c’è molta confusione e superficialità.

Che percorso sta prendendo la sua pittura?

Mi piacerebbe affrontare la tridimensionalità… vedremo.

Qual’è per lei il senso della vita?

Credo che la conoscenza di se stessi e delle realtà che ti stanno attorno siano la premessa per dare un senso alla vita. Forse è il viaggio verso una meta in cui cerchi la verità e la salvezza.